Articolo

La Comunità San Giovanni

Die Johannesgemeinschaft, in «Pastoralblatt für die Diözesen Aachen, Berlin, Essen, Hildesheim, Köln, Osnabrück» 37 (1985), 85–87 (nostra trad.)

È fondata su un oceano di sofferenze – fisiche, ma soprattutto spirituali: episodi di abbandono da parte di Dio, notti oscure, discese all’inferno, come si può ricavare dai miei resoconti delle esperienze spirituali di Adrienne von Speyr, che prossimamente saranno accessibili al pubblico. Che sia stata lei a fare i primi progetti in vista della comunità che avrebbe poi fondato insieme a me, lo si può leggere nel mio Il nostro compito (Unser Auftrag, Johannes Verlag, Einsiedeln, 1984), che offre anche il profilo d’insieme di questa comunità. Edificata sulla «roccia» di tali sofferenze, la casa resisterà a tutte le ondate che, dentro e fuori la Chiesa, c’è da aspettarsi si abbatteranno su di essa (Mt 7,25).

Perché prendere come patrono San Giovanni (di cui Adrienne ha commentato approfonditamente gli scritti)? Perché lui è il discepolo amato, quello che è penetrato più in profondità nei misteri dell’Uomo-Dio en ha riconosciuto che in Lui c’è identità tra amore e obbedienza al Padre. Perché lui, il vergine, avrebbe poi accolto nella sua casa la Vergine-Madre, per introdurla nella Chiesa guidata da Pietro: unendo la sancta immaculata ecclesia (Ef 5,27) con l’apostolica ecclesia visibile. Perché in quanto amante «rimane» fino alla fine (Gv 21,23), e tuttavia lo fa sempre come colui che si mette in secondo piano («Mi ami tu più di costoro?»), e alla fine è addirittura cacciato in un angolo (3Gv 9-10). È nel suo spirito che i consigli evangelici sono per noi così importanti (quanto alla povertà, oggi fondamentalmente è una cosa che va da sé), e cerchiamo di prenderli sul serio come intende il Signore nel Vangelo.

Una comunità «secolare» [nel mondo] è ciò che vorremmo essere: perché Gesù manda i suoi esclusivamente nel mondo secolare, li espone come pecore in mezzo ai lupi. Essere un cristiano integrale in una simile posizione esposta è più difficile che esserlo da cristiani tra cristiani, e lo è in tutti e tre i rami della nostra Comunità: quello sacerdotale, e i due rami maschile e femminile i cui membri esercitano professioni secolari. Una parrocchia mondanizzata, un ambiente professionale non cristiano sono il campo in cui il singolo membro deve dar prova di sé; certo sostenuto e incoraggiato dalla coscienza che ci sono confratelli e consorelle nella stessa situazione, e tuttavia cercando di non sfuggire alla solitudine evangelica propria di questa posizione con l’escamotage antievangelico di uno «spirito di famiglia» artificiale. La coabitazione di piccoli gruppi è auspicata, soprattutto per quanto riguarda il ramo femminile, ma non sempre è fortunata. Piuttosto, ci si incontra per uno scambio e un incoraggiamento reciproco; ma soprattutto nel ramo sacerdotale lo si fa soltanto a intervalli piuttosto radi, per non turbare la collegialità con il resto del clero della diocesi. Se in questi incontri tra sacerdoti si trattano temi teologici e pastorali, tutti i confratelli, anche non appartenenti alla Comunità, possono parteciparvi.

Intendiamo opporci deliberatamente al più grande pericolo che corrono le varie realtà ecclesiali sorte dopo il Concilio: il rischio di comprendere il proprio movimento – o la propria setta! – come «l’unica salvezza», sprecando una quantità sproporzionata di energie in propaganda per reclutare per la propria causa. Tutte le volte che nella Chiesa si è fatto qualcosa di significativo, non è mai stato il numero a contare, ma la credibilità, la forza della testimonianza del singolo. Sempre di nuovo si dimostra vera la parabola della piccola quantità di seme caduto sulla terra buona, che, compensando tutte le perdite, produce cento volte tanto. Deliberatamente non cerchiamo potere, né nel mondo né nella Chiesa, perché resta sempre vera la parola di san Paolo: «quando sono debole, è allora che sono forte»; «Dio ha messo noi apostoli all’ultimo posto», «noi moriamo, e voi avete vita».

I membri della nostra Comunità devono conoscere e vivere la fede bimillenaria della Chiesa (quella fede che anche oggi non è cambiata) e al tempo stesso avere dimestichezza con tutte le questioni del mondo di oggi. Non siamo teologicamente né «di destra» né «di sinistra»; queste categorie non ci riguardano, come pure non ci riguardano le etichette politiche. Ma non ci lasciamo diluire poco a poco la nostra fede, finché avrà perso tutta la sua efficacia apostolica. Non è facile oggi, proprio per uno studente di teologia, prendere conoscenza con gli occhi aperti di tutte le aberrazioni della teologia accademica (e farlo è beninteso un suo dovere) e al tempo stesso mantenere l’entusiasmo per la causa di Gesù Cristo, assolutamente incomparabile con qualsiasi altra, quell’entusiasmo che è fondamento portante e fecondo della vita. Non è facile per i membri laici vivere nella palude della nostra società ipersessualizzata e ateistica, e al tempo stesso mantenere, pur senza paraocchi nei confronti della direttrice incarnatoria dell’evento cristiano, il senso per la fecondità del celibato. Ma non vogliamo essere dei Robinson Crusoe su isole sacrali. Anche perché il cristianesimo, a quanto pare, prospera più dove più è sotto attacco – ce lo insegnano i paesi dell’Europa dell’Est. E pian piano anche da noi la Chiesa Cattolica diventa l’unica realtà contro cui si possa gettare impunemente il fango di ogni calunnia (già Paolo chiamava sé stesso «il rifiuto del mondo», 1Cor 4,13). Anche questo, e proprio ai giorni nostri di nuovo, fa parte della povertà evangelica.

Naturalmente non rifiuteremo posizioni influenti, se ci si offrono; ma in quel caso dovremo esercitare una doppia dose di vigilanza dai pericoli del potere e del dominio, e non, come è successo ai tempi della conquista dell’America Latina, portare la spada davanti alla croce. L’impegno per i poveri e i deboli fa parte del nucleo del Vangelo; soltanto, la forma in cui questo impegno si esercita dev’essere diversa nel caso dei sacerdoti e in quello dei laici. Un impegno totale è richiesto a tutti i membri, ma sapendo che «il successo non è uno dei nomi di Dio» [Buber].

Tutta quanta l’impresa si regge su una teologia che la fondatrice ha profondamente vissuto, e a cui nei suoi scritti ha anche dato un’espressione affatto unica; a questo riguardo sarà meglio evitare il termine, così ambivalente, di «mistica», giacché si tratta, piuttosto, del carisma della profezia nel senso originario: saper dire ciò che Dio è e vuole, oggi. La vita e gli scritti di Adrienne von Speyr sono una riserva inesauribile per ciò che Péguy ha chiamato ressourcement: un sempre nuovo attingere alla prima sorgente e alle sue acque rinnovarsi. Siamo convinti che nei grandi ordini religiosi – da Basilio e Agostino fino a Ignazio di Loyola – è stata la teologia spirituale vissuta e formulata dai rispettivi fondatori a garantire la fecondità dei loro membri attraverso i secoli o addirittura i millenni (Benedetto!): e anche per le nuove comunità di vita consacrata nel mondo non può valere altra legge che questa. È dai frutti che si dovrebbe poter riconoscere l’albero buono; ma l’albero, o la radice, o la vite, è sempre Gesù Cristo: che pur nella sua unicità ha il potere di rendere partecipi del suo «essere vite» – come di tutto ciò che egli è ed ha – quelli che sceglie a questo scopo. Quanta preghiera e sofferenza esigano queste vocazioni, lo mostra la storia (si pensi a san Francesco), e lo dimostreranno a modo loro anche i diari di Adrienne von Speyr (ma va detto che Adrienne ha espresso più e più volte una profonda paura che la si prendesse per una santa).

I membri della nostra Comunità fanno fronte al loro impegno nel mondo con il loro continuo rinnovarsi nella preghiera contemplativa, e così facendo dovrebbero diventare a propria volta come fonti d’acqua per molti assetati.