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Disponibilità verso lo Spirito Santo

Verfügbarkeit zum Geist (dattiloscritto), Johannesgemeinschaft-Archiv, Basel (nostra trad.)

Inizialmente, una promessa indistinta dello Spirito Santo, un’inquietudine, ma anche una richiesta di tenerci pronti, di spogliarci in questa inquietudine di tutto ciò che è puramente umano. E non dobbiamo avere paura, ma accogliere tutto come viene mostrato. La disponibilità in questa inquietudine include un si è un no: si deve dire di sì a tutto ciò cui lo Spirito dice di sì e dire di no a tutto ciò che Lui esclude. Quando si riceve la promessa dello Spirito Santo, può darsi che Lui voglia collaborare con me e che perciò nell’attesa io debba andargli incontro.

Mettiamo il caso che io debba tenere una conferenza, e lo Spirito Santo me ne ispirerà le idee fondamentali lasciando però a me di elaborarle: io dovrò adeguarmi a Lui in un modo che non può essere determinato a partire da me. Non devo avere paura di chiedere di più se Lui vuole dare di più, o di ricevere di meno se Lui si aspetta che io accolga di meno, anche se ci sarebbe molto di più da ricevere. Quello che mi si richiede è di mantenere una chiarezza e una trasparenza pur nella mancanza di chiarezza su ciò che verrà. Forse lo Spirito vuole ispirare al mio spirito una parte del lavoro lasciando che l’altra parte sia compiuta dal mio spirito insieme a Lui. Già al momento di questa promessa ci si deve fare del tutto fluidi, non solo tenersi pronti per diventarlo, ma darsi da fare per esserlo. 

Non appena lo Spirito viene promesso, dobbiamo attenderlo e, nella misura in cui Lui lo esige, perseverare in questa attesa. Questa attesa dello Spirito può fare appello a tutta la nostra persona, richiedere che facciamo in noi sempre più spazio per ciò che è promesso. Come in una gravidanza, o come il popolo d’Israele che rimane nell’attesa della promessa fino al sì della Madre.

Quando poi lo Spirito Santo arriva, dobbiamo corrispondergli. Andargli incontro nell’esatta misura in cui egli vuole e, nel farlo, non conoscere nulla di più importante di questa sua venuta. Ciò che conta non è che noi gli corrispondiamo; ciò che conta è che Lui viene e inserisce il nostro corrispondergli nel suo semper magis. Ed egli lo fa, se noi siamo consapevoli che solo la sua venuta è ciò che conta. Ci si abbandona semplicemente e gli si lascia carta bianca. Non si pianifica niente se Lui non pianifica, ma non ci si tira neanche indietro quando Lui fa qualcosa e desidera che sia compiuta. Lasciare che le cose accadano non è in nessun modo passività: invece, uno mette a sua disposizione tutto ciò che possiede. In questo gioco di squadra non c’è mai qualcosa come un incontro frontale, non si è mai «arrivati», o è possibile stabilire il livello raggiunto. C’è solo un crescente essere inclusi nello Spirito. E a partire da questo «essere inclusi» si risponde così come Lui si aspetta.

Ricevendo sempre di nuovo il suo amore otteniamo la conferma che tutto è a posto. Nel corrispondere, sperimentiamo la certezza di essere sostenuti e portati. È un po’ come quando un operaio lavora in un campo perché gliel’ha ordinato il suo signore; egli non conosce bene questo signore, non sa dove abita, ma la sera riceve la sua cena e un luogo in cui dormire. Il campo può essere molto lontano, ma egli fa ciò che gli è richiesto. E poi può anche accadere che un giorno il signore in persona venga a lavorare al suo fianco nello stesso campo. Questo paragone chiarisce anche un altro aspetto: in questo modo di corrispondere allo Spirito Santo non ci sono notti spirituali totali.

C’è sempre qualche segno di certezza e sicurezza nello Spirito anche in mezzo alla mancanza di sicurezza della vita nel mondo. E tuttavia, quanto più grande è l’esigenza e perciò la collaborazione che ci è richiesta, tanto più si deve soltanto lasciar disporre. In tal caso, richiede più impegno da parte nostra non essere noi ad avere l’iniziativa della risposta, e mentre ci lasciamo amare non corrispondere a questo amore secondo regole proprie. Non è un esercizio per principianti.

Questa azione dello Spirito è sempre legata a una esigenza, che però può anche non avere niente a che fare con il momento presente. Può darsi che lo Spirito operi in una persona una preghiera più profonda, una comprensione più piena, ma al momento non richieda nessuna azione particolare. Tuttavia egli tiene presso questa persona una specie di partita aperta. È come se mi venisse aperto un conto: posso prelevare, ma devo anche restituire. Oggi c’è liberalità, ma verrà forse il giorno in cui la richiesta di rifondere potrà essere tale da superarmi. Lo Spirito ci dona una gioia pura e vuole che noi ne godiamo. Ma ciò non gli impedisce di includere in questa gioia un’esigenza: Egli ci ingaggia al suo servizio. Non ci forza a ricevere la sua grazia e dunque neanche la sua esigenza. È simile a ciò che accade con la croce del Signore, che è dono ed esigenza allo stesso tempo: proprio perché l’ha portata, ha aperto anche a noi la grande strada del sacrificio.

Ci sono momenti dell’azione dello Spirito che in qualche modo si possono circoscrivere chiaramente. Ma dopo di essi non si viene mai «respinti». Anzi fa parte dell’essenza dello Spirito e dell’esigenza che è insita in essa che in seguito uno abbia il dovere, la necessità, il permesso e la possibilità di sforzarsi di tornare a questa azione dello Spirito in lui… È come una visita che dopo si deve e si può ricambiare. Giacché c’è un’azione dello Spirito che si compie nel nostro io e nel compiersi rimane tuttavia incompiuta, se non lascia alcuna traccia durevole in noi. E queste tracce hanno sempre il carattere di un «poter rimanere nello Spirito». Egli ci ha segnati. Ed è per questo che non ci sono miscredenti peggiori di coloro che una volta hanno creduto e in ciò hanno ricevuto lo Spirito Santo.