Articolo

Discorso in occasione della consegna del Premio Internazionale Paolo VI

Il discorso di Hans Urs von Balthasar, in Il premio Paolo VI: cronaca delle prime cinque edizioni, Roma, Ed. Studium, 2003, 13–15 (nostra trad.)

Beatissimo Padre, 
Eminenze, 
Signor presidente dell’Istituto Paolo VI, e tutti voi collaboratori, 
Reverendi Padri, 
Signore e Signori, 
Cari amici,

Anzitutto, Santo Padre, desidero ringraziarla della Sua benevolenza. Lei ha accettato volentieri di consegnarmi questo premio assegnatomi dall’Istituto Paolo VI, che è dedicato alla persona, all’opera e all’epoca di questo Papa di tanto venerata e tanto dolce memoria. Signor Presidente, con questo premio Lei e tutto il consiglio dell’Istituto avete inteso onorare il lavoro che ho cercato di realizzare per la nostra Santa Chiesa.

Permettetemi di descrivere in poche parole il modo in cui io intendo quest’opera piuttosto avviata che compiuta.

In ciò che in essa mi pare significativo vorrei distinguere tre piani, il primo dei quali è per me di gran lunga il più importante.

Sull’immaginetta della mia ordinazione, che mostra il discepolo amato chino sul petto di Gesù [dall’Ultima Cena di Dürer], ho fatto scrivere queste tre parole:

Benedixit, fregit, deditque
Benedisse, spezzò e diede”

Quello «spezzare» che allora presentivo si è realizzato di fatto allorché ho dovuto, per obbedire a un ordine espresso di Sant’Ignazio, lasciare ­– e quanto a malincuore – la mia patria spirituale, la compagnia di Gesù, per realizzare una specie di prolungamento della sua idea nel mondo. È allora che San Giovanni ci è stato mostrato come l’ideale Compagno di Gesù, il solo discepolo che l’ha seguito fino alla fine. Colui che ha meglio compreso che ogni obbedienza ecclesiale è fondata su quella del Figlio, che attraverso la sua obbedienza rivela l’amore trinitario. Colui per il quale la luce deve penetrare le profondità delle tenebre. Colui al quale il Crocifisso affida la sua Madre, la Chiesa immacolata, colui pure il cui vangelo d’amore culmina in un’apoteosi di Pietro. Pietro deve professare il suo amore più grande e ricevere l’annuncio della propria crocifissione per poter così succedere al buon Pastore. Giovanni è dunque colui che – col suo discreto scomparire – unisce Maria e Pietro. Egli è dato come ideale al nostro Istituto (in tre rami: sacerdotale, maschile e femminile). Questo Istituto [la Comunità San Giovanni], ancora in costruzione, si vorrebbe dunque cattolico nel senso più ampio e più teologico della parola.

È per questo – secondo punto – che ho cercato di concretizzare il più possibile il senso della cattolicità attraverso la traduzione di ciò che, nella grande tradizione teologica, mi pareva dovesse essere conosciuto e assimilato da parte dei cristiani di oggi. Ho cominciato con i Padri apostolici, poi Ireneo, Origene, Gregorio di Nissa, Massimo, Agostino, attraversando il medioevo con Anselmo, Bonaventura, san Tommaso e i grandi mistici inglesi e fiamminghi, per arrivare, passando per Dante, Caterina da Siena, Giovanni della Croce, Bérulle e Pascal, fino ai nostri giorni: a Teresa di Lisieux, Madeleine Delbrêl, Claudel, Péguy, Bernanos, il cardinal de Lubac (di cui ho curato 10 volumi), Adrienne von Speyr (circa 60 volumi). Far conoscere i più grandi e i più spirituali tra i nostri fratelli e sorelle: questo mi pareva essere nello spirito di colui che è chiamato «il Teologo» per eccellenza [San Giovanni].

E vengo, in terzo luogo, ai miei libretti, ahimé troppo numerosi, di cui vorrei soltanto mettere in rilievo tre tendenze.

  1. Dopo aver mostrato l’unicità di Cristo rispetto a tutte le religioni e così pure dimostrato che ogni antropologia filosofica non può culminare che nella luce dell’uomo perfetto, il Figlio di Dio, che ci permette di andare al di là della nostra nascita mortale in una nuova nascita alla vita immortale trinitaria, insisto sull’indivisibilità di teologia e spiritualità – la separazione tra le due, ne sono convinto, è stata il peggior disastro che sia occorso nella storia della Chiesa.
  2. Allo stesso modo, c’è una stretta unità tra tutti i diversi trattati teologici. Non c’è alcuna cristologia senza Trinità, e viceversa, né senza la storia della salvezza, dalla fede di Abramo fino alla Chiesa; non c’è Incarnazione del Verbo senza la Croce e la Risurrezione. Occorre dunque reagire contro la frammentazione che si vorrebbe «scientifica», e contro ogni spiritualismo neoplatonizzante fin nella mistica più sublime.
  3. Mi pare necessario insistere sulla teologia dei consigli evangelici e mostrare che essi non implicano alcuna fuga dal mondo, se è vero che chi li professa si consacra alla salvezza del mondo nella sequela di Cristo e sulle orme della sua donazione eucaristica. Teresa di Lisieux l’ha capito splendidamente.

Tutto questo, come vedete, ci riporta all’idea del nostro Istituto: un’apertura ignaziana verso il mondo, un’apertura che non ha altro punto di partenza se non la Croce, origine di ogni fecondità; la Croce dalla quale Cristo ha fondato il primo nucleo verginale della sua Chiesa: «Donna, ecco tuo figlio», e «Figlio mio, ecco la tua Madre» – pòrtala al centro della mia Chiesa la cui unità io ho affidato a Pietro!